Sto per salire su un treno. Brescia si ritrarrà in uno sferragliare silenzioso. Le colline veronesi saranno picchiettate di luci e facciate di vecchi monumenti illuminati. Padova sarà lurida e congestionata, Mestre una serpentina di tubi sotto il suo ombrello di smog.
Venezia sarà tranquilla, liquida e recessiva. Quando scenderò sarà notte, la luna una cialda pallida otre un cielo che osserva sterile.
Qualche bicicletta scivolerà lungo la strada. La carta svolazzerà nei tombini col soffice sincronismo delle colombe.
Vedo tutto questo.
All’ospedale mio padre scandirà ogni sillaba del mio nome, e pronuncerà Brescia, Bressìa. Gli chiederò come va, termine che nella lingua degli operai-senza-tempo-di-Marghera sembra significare: “dammi il tuo parere su ogni problema che l’uomo medio si trova ad affrontare, facendo tutti i riferimenti possibili alla tua vita e alla tua esperienza personale.”
Vedrò mia sorella dormire nella penombra di una stanza, tra respiri di altre donne addormentate che non conosco.
Penserò a suo marito. Morto tre mesi fa. Ai rumori in quell’appartamento al piano di sopra. I rumori di lui che vomitava ovunque, all’improvviso. Schiavo di un corpo che non riusciva più a controllare, e di un male che lo stava uccidendo piano. Penserò alla vergogna sul suo volto, perché in una palazzina come quella le cose non si potevano nascondere. Lui e il suo sacchetto appeso a quel tubo che gli usciva dal corpo.
Operaio al Petrolchimico, vittima del mondo.
Il mese scorso sorella mi ha detto al telefono:
«Qui stanno iniziando a tornare le farfalle, i licheni e le rondini. Lui non torna.»
Forse me lo mostreranno attraverso un vetro, appisolato su una culla di metallo. Raggomitolato e paonazzo, con le gengive sanguigne e prive di denti, accanto ad altri neonati tutti uguali.
Lo guarderò e sarò certa della sua intelligenza, della sua sensibilità e del suo equilibrio, perché, per ragioni misteriose, le difficoltà producono bellezza e armonia.
Guarderò il bambino e il tempo sembrerà sopravvissuto da qualche parte, talmente lontano da sembrare abolito, eppure niente affatto abolito.
Cosa sono i figli? Ponti sul tempo. Grazie a loro si recupera il passato, la propria infanzia, la propria adolescenza, si cerca di ricostruire un mondo che per ragioni diverse è sprofondato nel nulla.
Abbraccerò mia sorella nel buio di una stanza d’ospedale, e chiuderò gli occhi, sperando che li chiuda anche lei, e saremo di nuovo lì, in quella palazzina, con lei incinta e suo marito in perfetta salute. Chiuderemo gli occhi, prima di nuovi cambiamenti incontrollabili, con in testa il ricordo delle persone a cui volevamo bene, che alla fine sono andate via.